16 settembre 2026
L’associazione mantello Freikirchen.ch accoglie con favore l’interpellanza depositata nel Gran Consiglio bernese «Deducibilità fiscale delle donazioni a organizzazioni a carattere cultuale». Il testo solleva una disparità di trattamento che riguarda le chiese libere e altre comunità religiose: le attività di pubblica utilità possono essere penalizzate fiscalmente non appena sono collegate a elementi religiosi. Nel Canton Berna questa distinzione viene applicata in modo particolarmente restrittivo. Freikirchen.ch chiede soluzioni praticabili — un tema che riguarda da vicino anche la nostra realtà in Ticino e nel resto della Svizzera.
Un’interpellanza che pone le domande giuste
L’interpellanza, depositata nel settembre 2026 dalla granconsigliera PEV Barbara Stotzer-Wyss, pone al Consiglio di Stato bernese sei domande sul trattamento fiscale delle organizzazioni che svolgono sia attività di pubblica utilità sia attività cultuali. Chiede tra l’altro quale sia la base legale della prassi restrittiva attuale, la sua compatibilità con il diritto federale e le indicazioni pratiche della Conferenza svizzera delle imposte (CSI), oltre alle sue conseguenze sociali.
Freikirchen.ch accoglie con favore questo passo. «Non si tratta di sapere se le organizzazioni religiose debbano godere di privilegi fiscali speciali. Si tratta piuttosto del fatto che un’attività con un’utilità dimostrata per la collettività non venga penalizzata solo perché è portata avanti da una chiesa o contiene anche elementi religiosi», afferma Peter Schneeberger, presidente di Freikirchen.ch.
Un contributo sostanziale alla collettività
Il tema riguarda un ambito rilevante per la società: Freikirchen.ch, insieme al suo omologo romando Réseau évangélique suisse (RES), rappresenta a livello svizzero circa 1’000 chiese libere. Le associazioni stimano che circa il 50% delle loro attività abbia carattere di pubblica utilità: lavoro con bambini e giovani, gruppi giovanili e colonie estive, lavoro con anziani e famiglie, servizi di visita, cura pastorale rivolta anche a persone esterne alla propria comunità, offerte di integrazione o corsi di lingua.
Queste proposte non si rivolgono affatto solo ai membri delle chiese: un sondaggio del 2022 ha mostrato, ad esempio, che circa un terzo dei bambini che partecipano ai gruppi giovanili non appartiene ad alcuna chiesa. Proprio esempi come questo mostrano quanto sia difficile, nella pratica, tracciare una linea netta tra «pubblica utilità» e «cultuale».
Per le chiese libere la questione ha anche un peso finanziario notevole: le donazioni costituiscono la loro principale fonte di finanziamento, dato che la maggior parte rinuncia del tutto a contributi associativi obbligatori. Uno studio di sociologia religiosa ha stimato che, per le comunità non riconosciute, le donazioni coprano circa l’80% delle entrate.
Berna: un solo elemento cultuale può essere decisivo
Il problema emerge in modo particolarmente evidente nel Canton Berna, dove l’interpretazione della prassi fiscale ha conseguenze di ampia portata: un’attività deve essere di pubblica utilità al 100%, cioè «integralmente», per essere considerata tale. È sufficiente un singolo elemento cultuale perché l’intera attività non venga più riconosciuta come di pubblica utilità.
Un’applicazione contraddittoria
Quanto questo possa risultare contraddittorio lo mostra bene il lavoro giovanile: un campo estivo per giovani viene riconosciuto e sostenuto finanziariamente dalla Confederazione nell’ambito di Gioventù+Sport, ma il Canton Berna lo classifica dal punto di vista fiscale come attività cultuale. Le donazioni per finanziarlo non sono quindi deducibili — nonostante lo stesso ente pubblico cofinanzi la medesima offerta.
L’interpellanza di Barbara Stotzer-Wyss pone al centro il principio della preponderanza: in un’attività che contiene elementi sia di pubblica utilità sia cultuali, non dovrebbe essere decisiva la mera presenza di un elemento religioso, bensì quale scopo caratterizzi e prevalga complessivamente nell’attività. È esattamente questo il punto ripreso anche dall’interpellanza bernese. Un simile approccio non sarebbe affatto estraneo al sistema, come rileva la stessa interpellante: le indicazioni pratiche della Conferenza svizzera delle imposte, nel distinguere tra pubblica utilità e culto, si basano già sul criterio di quale attività sia «in primo piano» o «prevalente».
Un problema a livello svizzero — la Confederazione al lavoro su un rapporto
La situazione bernese è un esempio particolarmente eloquente di un problema che riguarda tutta la Svizzera. Il trattamento fiscale delle organizzazioni religiose varia notevolmente da Cantone a Cantone: in alcuni è sufficiente una contabilità per settori, altri richiedono di fatto soggetti giuridici distinti. Anche nella definizione di quale attività sia considerata di pubblica utilità o cultuale esistono differenze significative.
Questa incertezza giuridica occupa anche la Confederazione. Nel 2024 il consigliere nazionale Marc Jost aveva depositato il postulato 24.3708 «Deducibilità delle donazioni ad associazioni con scopi misti». Dopo la sua accettazione, l’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) sta elaborando un rapporto per il Consiglio federale. Il 21 aprile 2026 l’AFC ha condotto un’audizione tecnica con rappresentanti di diverse comunità religiose e associazioni mantello, tra cui Freikirchen.ch; i risultati confluiranno nel rapporto sul postulato.
«L’interpellanza bernese arriva al momento giusto», spiega Peter Schneeberger. «Auspichiamo una soluzione che metta al centro l’effettiva utilità sociale di un’attività. Un campo per giovani, un servizio per anziani o un’offerta di integrazione non diventano meno di pubblica utilità solo perché in essi si rende visibile anche la fede cristiana.»
Freikirchen.ch attende con interesse la risposta del Consiglio di Stato bernese e il rapporto del Consiglio federale. Entrambi offrono l’occasione per ridurre le disparità di trattamento esistenti e creare condizioni quadro più affidabili ed eque per gli attori religiosi di pubblica utilità.
